Come difendersi dai “vestiti che fanno male”
Esistono vestiti che fanno male. Il nostro guardaroba, infatti, nasconde insidie non sempre visibili. Perché, se è vero che un bottone o un laccio possono essere un chiaro pericolo, soprattutto per i bambini, è anche vero che le sostanze tossiche che possono essere usate per rendere un abito più trendy possono non avere né odore né colore. Di questi parla “Vestiti che fanno male. A chi li indossa, a chi li produce”, (Terre di Mezzo Editore) un libro-inchiesta di Rita Dalla Rosa, giornalista esperta di consumi, ma soprattutto una guida pratica per capire come scegliere al meglio gli abiti con cui vestirsi e come trattarli, perché anche solo il lavaggio con prodotti nocivi può essere pericoloso.
Sono tanti gli esempi concreti citati dall’autrice, come il recente aumento delle dermatiti allergiche da contatto causate, stando ad una recente indagine della Sidapa (Società italiana di dermatologia allergologica professionale e ambientale) per il 70,6% dai tessuti, o dati sconcertanti come quello che per ottenere l’ effetto ”stone washed” in un paio di jeans occorrono più di 13 mila litri d’acqua, di cui 800 se ne vanno solo per coltivare i circa 7 etti di cotone con cui è fatto. Un enorme spreco, che si aggiunge ai danni per la salute di chi li produce, dato che aumenta il rischio di silicosi.
“La produzione di un qualunque capo di abbigliamento, anche il più semplice – spiega l’autrice – impiega fino a mille sostanze chimiche. Fra di esse, molte sono tossiche: alcune sono vietate in Europa, mentre in altri Paesi continuano a essere utilizzate”. Insomma, “comprare bene vuol dire essere in grado di valutare tutti gli aspetti di un prodotto. Perciò – conclude – abbiamo il diritto e il dovere di sapere dove, come, con cosa, da chi e in quali condizioni è stato fatto l’abito che ci metteremo addosso”. Insomma, ormai, il consumatore vuole “un indumento bello, comodo e al giusto prezzo, ma vuole anche essere certo che non gli provocherà problemi alla pelle, che è stato fatto senza creare danni all’ambiente e rispettando i diritti dei lavoratori che lo hanno realizzato”.